N° 3/2019
Divulg..

La violenza nel posto di lavoro

Ogni aggressione fisica, comportamento minaccioso o abuso verbale

Concorrono all’incremento degli atti di violenza: 

• l’aumento di pazienti con disturbi psichiatrici acuti e cronici dimessi dalle strutture ospedaliere e residenziali; 

• la diffusione dell’abuso di alcool e droga; 

• l’accesso senza restrizione di visitatori presso ospedali e strutture ambulatoriali; 

• lunghe attese nelle zone di emergenza o nelle aree cliniche, con possibilità di favorire nei pazienti o accompagnatori uno stato di frustrazione per l’impossibilità di ottenere subito le prestazioni richieste; 

• ridotto numero di personale durante alcuni momenti di maggiore attività (trasporto pazienti, visite, esami diagnostici); 

• presenza di un solo operatore a contatto con il paziente durante visite, esami, trattamenti o gestione dell’assistenza in luoghi dislocati sul territorio ed isolati, quali i presidi territoriali di emergenza o continuità assistenziale, in assenza di telefono o di altri mezzi di segnalazione e allarme; 

• mancanza di formazione del personale nel riconoscimento e controllo dei comportamenti ostili e aggressivi; 

• scarsa illuminazione delle aree di parcheggio e delle strutture.

Altre fonti indicano come fattori che possono incrementare la probabilità di episodi di violenza: un contratto di tipo precario, il genere femminile, la pressione del tempo e l’intensità del lavoro. I fattori di rischio variano da struttura a struttura, dipendendo da tipologia di utenza, di servizi erogati, ubicazione, dimensione. 

Il tipo o il livello di intenti che sono alla base di un comportamento aggressivo, creano la distinzione tra due tipi fondamentali di aggressività, che sono causati da processi psicologici molto diversi.

 

Krahé (2005) ha formulato la distinzione fra “aggressività ostile” e “aggressività strumentale”:

Il comportamento aggressivo  ostile o emotivo è  il risultato impulsivo di emozioni negative estreme vissute in quel momento; il comportamento aggressivo strumentale è un’aggressione intenzionale e pianificata, più cognitivo che affettivo e può essere completamente freddo e calcolatore e  avere lo scopo di ferire qualcuno per ottenere qualcosa (attenzione, ricompensa monetaria o potere politico ecc.), è un comportamento proattivo piuttosto che reattivo (Berkowitz 1993, Geen 2011).  

L’aggressività verbale diretta si manifesta urlando, bestemmiando; la verbale  non diretta è anche aggressività relazionale o sociale, che può manifestarsi anche solo con pettegolezzi o esclusione dalla cerchia delle amicizie ed è tesa a danneggiare intenzionalmente le relazioni sociali di un’altra persona (Crick & Grotpeter, 1995).

L'aggressività relazionale o sociale si verifica anche sotto forma di battute o epiteti sessuali, razziali e omofobi, che sono progettati per causare danni alle persone e anche se si verifica senza contatto fisico ha conseguenze psicologiche notevoli.

 

Tre fondamentali teorie sull’aggressività che possono essere così riassunte:

 

- la Social Learning Theory, secondo cui le persone acquisiscono risposte aggressive nello stesso modo in cui acquisiscono altre forme di comportamenti sociali complessi, derivate da esperienze dirette osservate (Bandura 2001). Albert Bandura ha dimostrato come dei nuovi comportamenti possano essere appresi mediante la semplice osservazione dei comportamenti altrui, per apprendimento osservativo o apprendimento vicario. L’apprendimento si basava sull’imitazione, resa possibile grazie al rinforzo vicario, per cui le conseguenze relative al comportamento messo in atto dal modello, ricompense o punizioni, hanno i medesimi effetti sull’osservatore. Albert Bandura coniò il termine modellamento, ovvero la modalità di apprendimento che entra in gioco quando il comportamento di un organismo, che assume la funzione di modello, influenza il comportamento di colui che lo osserva. Bandura ha sottolineato che i bambini imparano in un ambiente sociale e spesso imitano il comportamento degli altri, questo processo è noto come teoria dell’apprendimento sociale.

 

- la Social Interaction Theory, secondo cui l’aggressività è spesso il risultato di minacce e svalutazioni in soggetti con una percezione grandiosa di sè, soprattutto nei casi in cui tale percezione sia ingiustificata (Bushman&Baumeister, 1998).

 

- la Script Theory, secondo cui Huesmann ha proposto che, quando i bambini osservano immagini violente attraverso i mass-media, apprendono modalità di risposta aggressive. Tali scripts definiscono le situazioni e guidano i comportamenti: la persona prima seleziona uno specifico script per rappresentare una determinata situazione, quindi assume un ruolo in quel copione. Una volta che il copione è appreso, può essere rievocato automaticamente tempo dopo ed utilizzato come guida comportamentale in risposta ad un determinato stimolo. 

 

Ripetute esposizioni alla violenza determinano una risposta adattiva tale per cui il bambino viene desensitizzato alle immagini violente. In questa visione normalizzata della violenza il bambino può pensare di agire proattivamente in modo aggressivo anche in assenza di stimoli ed input negativi (Rowell and Taylor, 2006). 

Di particolare interesse appare come alcuni studi (Pakes et al 2007), Murdoch et al (1990) stimano che la metà di tutti i reati gravi sono commessi sotto l'influenza dell'alcool.

Man et al (2002) hanno scoperto che 1/3 di tutti gli arresti riguardavano una persona che aveva bevuto e che l'alcool è più strettamente legato all'omicidio, allo stupro e all'assalto di qualsiasi altra sostanza illecita.

 

Il legame tra alcool e aggressività può essere così riassunto:

 

1. "L'ipotesi della causa comune" - cioè l'aggressività e il bisogno di bere sono causati dallo stesso problema di fondo.

 

2. "Ipotesi della coincidenza": l'alcool bevuto nei luoghi pubblici da giovani maschi piace sia alle vittime che i perpetratori di violenza.

 

3. A causa delle sue proprietà alteranti la mente, esiste la convinzione che l'alcool provoca aggressività.

 

Tra le cause del fenomeno individuato come atti di violenza a danno degli operatori sanitari vi sono fattori di tipo esogeno non controllabili direttamente dal datore di lavoro (abuso di alcool e droghe), ma anche fattori organizzativi che possono stimolare fenomeni aggressivi su cui è possibile intervenire secondo una logica preventiva, agendo su pratiche mirate al coinvolgimento dei lavoratori e attraverso comportamenti manageriali che favoriscano un clima collaborativo e di trasparenza. 

 

Autore

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Laura Laffranchi

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